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venerdì 24 novembre 2017

L'ARTE DI TRARRE PROFITTO DAI NOSTRI PECCATI

Vorrei oggi rendere un servizio a molti: spingerli a leggere un libricino scritto nel lontano 1878 che mi ha fatto tanto bene anni fa e continua a farne: “l’Arte di trarre profitto dai nostri peccati”. (Titolo originale: "L'art d'utiliser ses fautes d'après saint François de Sales").

Già solo leggere i titoli dei capitoli e poi anche la presentazione all’edizione italiana di padre Jean Galot S.J., riportati in questo post, sarà un grande aiuto. Ma vale la pena leggere con attenzione ogni pagina del libro stesso. L’Autore, padre Joseph Tissot (1840 – 1894) era allora Superiore Generale dei Missionari di san Francesco di Sales. Ed è tutta la dottrina spirituale di san Francesco di Sales, Dottore della Chiesa e santo della dolcezza, che si esprime in questo libro. 
L’Editore italiano è Chirico, una piccola casa editrice di Napoli nata per mettere la propria esperienza accumulata nel campo dell’editoria scientifica al servizio della fede. Franco Chirico e i suoi figli sono amici miei di lunga data.





INDICE
Presentazione                                                                                                                                   IX
Prologo all’edizione francese                                                                                                      XVIII

PARTE PRIMA
CAPITOLO I            Finché portiamo noi stessi, non portiamo nulla che possa valere                    3
CAPITOLO II           Non dobbiamo turbarci di fronte ai nostri peccati                                         17
CAPITOLO III          Non dobbiamo scoraggiarci di fronte ai nostri peccati                                  37

PARTE SECONDA
CAPITOLO I             Dobbiamo profittare dei nostri peccati per umiliarci con la conoscenza della nostra miseria                                                                                                                                   61
CAPITOLO II           Dobbiamo profittare dei nostro peccati per amare la nostra miseria             85
CAPITOLO III          Dobbiamo profittare dei nostri peccati per aumentare la nostra fiducia nella misericordia di Dio                                                                                                                          102
CAPITOLO IV          Continuazione                                                                                               118
CAPITOLO V           Dobbiamo profittare dei nostri peccati per consolidarci nella perseveranza130
CAPITOLO VI          Dobbiamo profittare dei nostri peccati per diventare più pii                        144
CAPITOLO VII        Dobbiamo profittare dei nostri peccati per la pratica della soddisfazione    156
CAPITOLO VIII       Dobbiamo profittare dei nostri peccati per aumentare la nostra devozione alla Santissima Vergine                                                                                                                           169
Lettera del Fr. Léon de Jesus all’autore                                                                                           189
Poesie intime                                                                                                                                    195


PRESENTAZIONE
Il titolo del piccolo libro: L’arte di trarre profitto dai nostri peccati può destare meraviglia. Il peccato
è un male per l’uomo; ha degli effetti nocivi, distruttivi. Tante vite umane vengono rovinate dai peccati. Come questi peccati possono procurare un profitto e come è possibile l’arte di assicurarlo?
È vero che il peccato ci porta un grave danno. La sua malizia consiste prima di tutto nel fatto che offende Dio; più esattamente offende il Padre nel suo amore per noi. Ma siccome il nostro destino si compie nelle nostre relazioni di amore filiale verso il Padre, l’inimicizia causata dal peccato danneggia la nostra esistenza. Lo stato di peccato rende l’uomo profondamente infelice; suscita in lui un grande disturbo e stimola dei sentimenti di timore e di tristezza. 
Questa condizione sarebbe stata irreparabile se non ci fosse stata una suprema iniziativa divina per salvare l’uomo, procurargli il perdono divino, operare la riconciliazione, restituire pace e gioia. Quando pensiamo al peccato, dobbiamo sempre tenere sotto gli occhi la risposta della bontà divina alle colpe dell’umanità. Questa risposta è stata posta in luce da Cristo nella parabola conosciuta come parabola del figliuol prodigo e più giustamente chiamata parabola del Padre misericordioso. In termini molto semplici ma molto commoventi, la parabola ci ha rivelato il volto autentico del Padre, pieno di compassione per suo figlio smarrito. Gesù mostra che il Padre non cessa di amare il figlio che l’ha abbandonato, che aspetta il suo ritorno e desidera dargli il perdono più sincero e più completo. Quando il figlio torna a casa, viene accolto in modo meraviglioso: il Padre gli corre incontro, gli si getta al collo e lo bacia; gli restituisce tutto ciò che aveva perduto, con tutti i suoi privilegi di figlio. Il Padre non viene presentato come un Dio adirato che riceve con severità la sua creatura. 
La certezza che per parte sua il Padre non ha ritirato il suo amore a coloro che hanno seguito la via del peccato, anzi che egli testimonia un amore particolarmente tenero e misericordioso a coloro che hanno bisogno di perdono, permette ai peccatori di “trarre profitto” dai loro peccati per riavvicinarsi al Padre, per amarlo più sinceramente e più generosamente. 
La dottrina sviluppata nel libretto è stata soprattutto ispirata dagli scritti di san Francesco di Sales e trova un fondamento sicuro nell’insegnamento del Vangelo. Il Vangelo è la buona novella dell’amore divino che offre la salvezza ai peccatori. Gesù stesso ha detto: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10); illustrava così il significato della sua visita a Zaccheo, pubblicano considerato come un grande peccatore. Altri episodi confermano la dichiarazione: “Io sono venuto a chiamare non i giusti ma i peccatori” (Mt 9,13 par). Costatiamo che coloro che si pretendevano giusti non hanno accolto Cristo e non hanno beneficiato della sua opera salvatrice; pensavano che non avevano bisogno di un Salvatore. Per essere salvati da Cristo, tutti gli uomini vengono chiamati a riconoscere che sono peccatori. L’esortazione rivolta a tutti all’inizio della predicazione di Gesù è caratteristica: “Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15). Si tratta di convertirsi, cioè di rinunciare a tutto ciò che allontana da Dio per credere alla salvezza offerta da Cristo. I peccatori traggono profitto dai loro peccati quando si convertono e collocano tutta la loro fede e tutta la loro speranza in Cristo. 
Nessuno può proclamarsi senza peccato. Ognuno fa l’esperienza del peccato, come l’ha espressamente affermato il concilio di Trento: nessuno “può evitare, nella sua vita intera, ogni peccato anche veniale, se non in virtù di un privilegio speciale, come la Chiesa lo ritiene nei riguardi della beata Vergine” (DS 1573). Maria è la sola eccezione: in virtù del privilegio dell’immacolata concezione, è stata preservata dalla macchia originale; in virtù di un privilegio connesso, ha potuto evitare ogni peccato anche veniale. Non riceviamo la grazia di una preservazione simile, e dobbiamo riconoscere i nostri peccati. Secondo il piano divino, la nostra santità è una santità di redenzione, nella quale facciamo l’esperienza del peccato, legata all’esperienza della grazia che ci fa superare il peccato. 
Trarre profitto dai nostri peccati significa dunque diventare più consapevoli del nostro stato di peccatori, scoprire più chiaramente la verità delle nostre disposizioni intime e del nostro comportamento. Il nostro amor proprio ci impedisce molto spesso di riconoscere la nostra colpevolezza, i nostri errori e i nostri difetti. L’esperienza delle nostre debolezze ci aiuta a progredire nell’umiltà, a riconoscere ciò che è imperfetto in noi e ha bisogno della forza superiore della grazia. La consapevolezza della nostra impotenza umana ci apre più ampiamente alla potenza divina. L’approfondimento dell’umiltà nel riconoscimento della nostra miseria personale sarebbe male capito e vissuto se fosse fonte di scoraggiamento. Il pericolo di scoraggiamento esiste, più specialmente per colui che fa l’esperienza di cadute frequenti o per colui che dopo aver preso forti risoluzioni per un comportamento migliore deve confessare nuove debolezze. Scoraggiarsi non è un rimedio; colui che è vittima di queste esperienze negative è tentato di rinunciare a nuovi sforzi; la rinuncia non procura nessuna soluzione, anzi aggrava la difficoltà. Il torto dello scoraggiamento è di chiudersi nella propria debolezza nel momento in cui un ricorso all’onnipotenza divina appare più necessario. 
Trarre profitto dai propri peccati è rinunciare alla fiducia in se stesso per concentrare la fiducia sull’intervento divino. Quello che noi non possiamo ottenere con la nostra volontà, con i nostri sforzi, dobbiamo chiederlo a colui che ha ogni potere sulla nostra vita. Così in nessuna situazione lo scoraggiamento può essere giustificato. Non manca mai la grazia del coraggio per riprendere la lotta. Si tratta di un coraggio soprannaturale, in quanto sorge dall’influsso della grazia. A questo coraggio alludeva Gesù quando prometteva ai suoi discepoli la forza che viene dallo Spirito Santo (At 1,8). Con questo coraggio la perseveranza negli sforzi per il bene è sempre possibile e l’esperienza dei peccati o delle imperfezioni è il punto di partenza per un nuovo slancio verso l’alto. Ogni esperienza negativa sfocia su una nuova esperienza che produce frutti. 
In realtà la perseveranza nella via del bene ha sempre come primo appoggio e prima garanzia la perseveranza dell’amore del Padre. Con il suo amore permanente il Padre pone i suoi figli al riparo dei turbamenti che vengono dal peccato. Egli assicura un clima di pace e di serenità. Con il suo perdono che è totale, toglie ogni fondamento a inquietudini o angosce. Egli ha voluto escludere ogni timore; il timore crea una distanza e non lascia l’uomo libero di avvicinarsi al massimo a un Dio che egli deve amare con tutto il suo cuore e le sue forze. 
Trarre profitto dai propri peccati significa superare le barriere del timore raccogliendo l’amore del Padre che perdona e vivendo nella pace di una vera intimità con lui. Quando, nella sua prima lettera, Giovanni afferma la sua fede nell’amore del Padre che ha mandato suo Figlio come Salvatore del mondo, egli attira l’attenzione sull’effetto di questo amore, che esclude il timore. I Giudei erano stati invitati a temere il giudizio divino, ma la rivelazione dell’amore fatta da Gesù inaugura un nuovo regime, una nuova mentalità. “In questo l’amore ha raggiunto con noi la sua perfezione, che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché, come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (1Gv 17–18). Per una unione di più intenso amore, il Padre ha voluto che la sua sovranità sulla vita umana non fosse motivo di timore. L’assenza di timore sviluppa la pace intima dell’anima. In questa pace può fiorire la speranza. 
Trarre profitto dai propri peccati è sviluppare e rafforzare la speranza. Le esperienze deludenti del passato non possono chiudere la via a un futuro migliore. Già nell’antica alleanza Dio aveva voluto suscitare una grande speranza. Rimproverava al popolo i suoi peccati, ma partendo da questa evidenza annunziava una salvezza che doveva scendere dall’alto. Stimolando questa speranza e guidandola fino al suo scopo, il Padre ha preparato il popolo alla venuta di suo Figlio. Quando accusava questo popolo per la sua condotta, non voleva soltanto provocare un pentimento, ma soprattutto rendere più viva la speranza della salvezza e della venuta di un Salvatore. Per determinare il momento di questa venuta, egli ha aspettato che la speranza fosse abbastanza matura. In ogni situazione di peccato, il Padre ha voluto una apertura a un futuro più confortante; attraverso la tristezza dei peccati, fa crescere la gioia della speranza, di una speranza che non può essere delusa. Concentrando il nostro sguardo su questo amore permanente del Padre, manifestato nel dono del Figlio, fonte di speranza, potremo sempre meglio trarre profitto dai nostri peccati.

JEAN GALOT S.J.

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