118. Nello stesso senso, l’esercizio del Magistero, tale quale si realizza al Concilio di Nicea e che conferisce all’insegnamento della Chiesa “cattolica” uno stile autenticamente pubblico e istituzionale, istituisce con ciò un’uguaglianza di tutti nei confronti del contenuto della fede. Il credo liturgico, confessato da tutti i membri del Corpo mistico, nel contesto di una liturgia pubblica e comune, formerà come una pietra di paragone per la contesseratio (il legame di ospitalità) della comunione ecclesiale, cara a Tertulliano.[180]Il bene comune della Rivelazione vi è realmente messo “a disposizione” di tutti i fedeli, come conferma la dottrina cattolica dell’infallibilità in credendo del popolo dei battezzati: «La totalità dei fedeli, avendo l’unzione che viene dal Santo (cf. 1Gv 2,20.27), non può sbagliarsi nel credere».[181]I vescovi hanno un ruolo specifico nella definizione della fede, ma non possono assumerlo senza essere nella comunione ecclesiale di tutto il popolo di Dio.[182]In tal senso, la Legge nuova del Nuovo Testamento riveste le caratteristiche della Legge antica, di cui non si valuta mai a sufficienza ordinariamente la dimensione pubblica: poiché la Legge è solennemente promulgata, essa è da tutti conosciuta come legge divina. Così, anche i capi sono tenuti proprio per il carattere pubblico della Legge alla sua osservanza. I “privilegi personali”, spesso rilevati e denunciati nella Torah, vi appaiono più facilmente in maniera oggettiva come una colpa nei confronti dell’uguale dignità dei figli di Dio (cf. Lv 19,5; Dt 10,17; At 10,34; Rm 2,11).
[180] Tertulliano, Liber de praescriptionibus adversus haereticos, XX, 8-9, trad. it. di I. Giordani, Tertulliano, L’apologetico. La prescrizione contro gli eretici, Città Nuova, Roma 1967, p. 188.
[181] Concilio Ecumenico Vaticano II, Cost. Dogm. Lumen gentium, 21 novembre 1964, 12.
[182] Ibid., 24 in fine, e 25.

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