Visualizzazioni totali

sabato 5 dicembre 2020

FRATELLI TUTTI / 37. Amore universale che promuove le persone

 


109. Alcuni nascono in famiglie di buone condizioni economiche, ricevono una buona educazione, crescono ben nutriti, o possiedono naturalmente capacità notevoli. Essi sicuramente non avranno bisogno di uno Stato attivo e chiederanno solo libertà. Ma evidentemente non vale la stessa regola per una persona disabile, per chi è nato in una casa misera, per chi è cresciuto con un’educazione di bassa qualità e con scarse possibilità di curare come si deve le proprie malattie. Se la società si regge primariamente sui criteri della libertà di mercato e dell’efficienza, non c’è posto per costoro, e la fraternità sarà tutt’al più un’espressione romantica.

110. Il fatto è che «la semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio».[83] Parole come libertà, democrazia o fraternità si svuotano di senso. Perché, in realtà, «finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale».[84] Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se lo loro efficienza sarà poco rilevante.

111. La persona umana, coi suoi diritti inalienabili, è naturalmente aperta ai legami. Nella sua stessa radice abita la chiamata a trascendere sé stessa nell’incontro con gli altri. Per questo «occorre prestare attenzione per non cadere in alcuni equivoci che possono nascere da un fraintendimento del concetto di diritti umani e da un loro paradossale abuso. Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici –, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una “monade” (monás), sempre più insensibile […]. Se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze».[85]

[83] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 129: AAS 107 (2015), 899.

[84] Messaggio per l’evento “Economy of Francesco” (1 maggio 2019): L’Osservatore Romano, 12 maggio 2019, p. 8.

[85] Discorso al Parlamento Europeo, Strasburgo (25 novembre 2014): AAS 106 (2014), 997.

FRATELLI TUTTI / 36. Amore universale che promuove le persone.

 



Amore universale che promuove le persone

106. C’è un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza. Se ciascuno vale tanto, bisogna dire con chiarezza e fermezza che «il solo fatto di essere nati in un luogo con minori risorse o minor sviluppo non giustifica che alcune persone vivano con minore dignità».[81] Questo è un principio elementare della vita sociale, che viene abitualmente e in vari modi ignorato da quanti vedono che non conviene alla loro visione del mondo o non serve ai loro fini.

107. Ogni essere umano ha diritto a vivere con dignità e a svilupparsi integralmente, e nessun Paese può negare tale diritto fondamentale. Ognuno lo possiede, anche se è poco efficiente, anche se è nato o cresciuto con delle limitazioni; infatti ciò non sminuisce la sua immensa dignità come persona umana, che non si fonda sulle circostanze bensì sul valore del suo essere. Quando questo principio elementare non è salvaguardato, non c’è futuro né per la fraternità né per la sopravvivenza dell’umanità.

108. Vi sono società che accolgono questo principio parzialmente. Accettano che ci siano opportunità per tutti, però sostengono che, posto questo, tutto dipende da ciascuno. Secondo tale prospettiva parziale non avrebbe senso «investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita».[82] Investire a favore delle persone fragili può non essere redditizio, può comportare minore efficienza. Esige uno Stato presente e attivo, e istituzioni della società civile che vadano oltre la libertà dei meccanismi efficientisti di certi sistemi economici, politici o ideologici, perché veramente si orientano prima di tutto alle persone e al bene comune.

[81] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 190: AAS 105 (2013), 1100.

[82] Ibid., 209: AAS 105 (2013), 1107.

FRATELLI TUTTI / 35. Libertà, uguaglianza e fraternità.

 


Libertà, uguaglianza e fraternità

103. La fraternità non è solo il risultato di condizioni di rispetto per le libertà individuali, e nemmeno di una certa regolata equità. Benché queste siano condizioni di possibilità, non bastano perché essa ne derivi come risultato necessario. La fraternità ha qualcosa di positivo da offrire alla libertà e all’uguaglianza. Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori? Succede che la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere. Questo non esaurisce affatto la ricchezza della libertà, che è orientata soprattutto all’amore.

104. Neppure l’uguaglianza si ottiene definendo in astratto che “tutti gli esseri umani sono uguali”, bensì è il risultato della coltivazione consapevole e pedagogica della fraternità. Coloro che sono capaci solamente di essere soci creano mondi chiusi. Che senso può avere in questo schema la persona che non appartiene alla cerchia dei soci e arriva sognando una vita migliore per sé e per la sua famiglia?

105. L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli. La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune.

venerdì 4 dicembre 2020

GESU' APRE GLI OCCHI AI CIECHI MATERIALI E SPIRITUALI / venerdì 1a sett. Avvento

 



Tra le promesse di felicità di Dio ci sono i ciechi che ricuperano la vista. Nel Vangelo Gesù guarisce due ciechi. Il collegamento è molto chiaro. Infatti, agli inviati di Giovanni Battista che chiede se è Lui il Messia oppure no, Gesù dirà di raccontare a Giovanni i segni che egli compie e che corrispondono a quelli che accompagneranno la venuta del Messia.

Ma l’essere cieco è uno stato spirituale caratteristico: la fede apre gli occhi. Il tiranno e l’arrogante, gli iniqui, hanno dei complici, attivi, ma anche passivi. Il primo genere di complice, ma soprattutto il secondo  sono dei ciechi. Senza questi complici gli operatori di ingiustizia non riuscirebbero ad agire, a trovare un terreno propizio. Anche loro, come i mormoratori, sono ciechi sul vero bene, sul vero senso della vita, su ciò che porta alla felicità, su ciò che li aspetta nell’ultimo giorno con il giudizio di Dio.

È solo Dio, solo Gesù che apre gli occhi dei ciechi, ma egli vuole la fede. Le promesse di Dio non possono compiersi se si rifiuta la fede. È quindi la fede che cambia la Storia. La nostra fede. Non dimentichiamolo. Senza la nostra partecipazione fiduciosa, coraggiosa, impegnata e sapiente, la Storia non cambia. Se alzo le barriere di fronte alla prova, alle sfide della vita, non cambio. Quante persone sono entrate nella vita piene di buona volontà, inesperte e quindi un po’ ingenue. Si erano forgiate un’idea del mondo ideale che non esiste (ci hanno tanto raccontato favolette da Babbo Natale). Lo scontro con la realtà le ha deluse profondamente e si sono chiuse, diventando ciniche e incattivite. Non è questa la meta che propone il Signore. Incontrare Gesù risorto e credere in lui offre un prospettiva diametralmente opposta ma possibile.  “Figlio di Davide, abbi pietà di noi!”

 

Prima Lettura   Is 29, 17-24
In quel giorno gli occhi dei ciechi vedranno.

giovedì 3 dicembre 2020

FARE LA VOLONTA' DI DIO, COME IMITARE I SANTI / San Francesco Saverio, 3 dicembre

 


San Francesco Saverio in India e in Giappone.


"Sarà simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia!" La vita di S. Francesco Saverio era fondata sulla roccia, ed è diventata roccia per altri. L’India ha avuto diversi colonizzatori, ognuno portando i suoi missionari. Così alcune zone sono passate dal cattolicesimo portoghese al calvinismo olandese, all’anglicanesimo britannico, al culto evangelico con i cosiddetti “battesimi (in cambio) del sacco di riso”. È stato notato invece che le zone evangelizzate da Francesco Saverio, pur con un approccio pastorale molto semplice, sono rimaste sostanzialmente fedeli al cattolicesimo.

Incontrando il popolo giapponese si accorse di aver a che fare con una cultura antica, raffinata e complessa e comprese la necessità per loro di un catecumenato strutturato e paziente. Questa sua capacità di adattamento non significa che poteva essere l’uomo di tutte le situazioni. Qualche episodio suggerisce che non sarebbe stato al suo agio nella testimonianza silenziosa in mezzo ai musulmani come Charles de Foucauld. Ognuno di noi ha una storia e una formazione, e affidandoci a Dio, questi apre la nostra personalità e la riempie del suo amore, usando le nostre caratteristiche peculiari.

Per questo motivo, l’imitazione dei santi ha i suoi limiti. I santi devono essere piuttosto modelli ispiratori. Il loro culto deve essere memoria viva del fuoco, non nostalgia delle ceneri. Anche Gesù stesso ci ha dato la forza e la luce del suo Spirito e non una nuova Legge. La concretezza dell’amore fa che molte parole di Gesù possono essere applicate con semplicità e alla lettera. Ma il Vangelo essendo uno spirito, la domanda che dobbiamo porci è: “cosa mi dice il Vangelo davanti a questa situazione?”, oppure: “Gesù, cosa faresti al mio posto?” Così «ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13:52).

Purtroppo l’uomo vive di abitudini, si rassicura superficialmente con il passato, con le formule. Settant’anni fa, quando Pio XII riformò il Triduo Pasquale, fece scalpore l’indicazione di celebrare la Veglia nella notte, perché cambiava la tradizione (in realtà ripristinava la Tradizione più antica) e scombussolava tutta l’organizzazione che si era cristallizzata attorno allo “scioglimento delle campane” al mattino del Sabato Santo e all’Ufficio delle Tenebre alle quattro del pomeriggio! Oggi, per ragioni di Covid, si prospetta la celebrazione della Notte di Natale alle ore venti, e si sente dire: “Se non è a mezzanotte non è più la Messa di Natale!” Comprendiamo che ci deve essere un motivo serio per imporci questo cambiamento, ma a qualunque orario, se la Comunità si raduna e celebra il Mistero della Nascita del Salvatore, questo Mistero si rende presente in mezzo ad essa. D'altronde, in molte chiese di Francia da molto tempo si celebra la Messa della Notte alle ore venti. 

Prima Lettura  Is 26, 1-6   
Entri una nazione giusta che si mantiene fedele.

mercoledì 2 dicembre 2020

LA PROSSIMITA' DI DIO / mercoledì 1a sett. Avvento

 


In Isaia, Dio promette un grande banchetto, delizioso e in sicurezza. Nel Vangelo Gesù moltiplicando i pani manifesta anche un’attenzione delicata per chi lo ha seguito per ascoltarlo. È un benefattore davvero grandioso e amabile. Ma è la Colletta che completa il quadro: in cielo Gesù si cingerà le vesti e, con umile amorevolezza, passerà lui stesso a servire noi seduti a tavola.

Ci sono nel Vangelo frasi che lo annunciano:  “Mi chiamate Signore e maestro e fate bene eppure sono in mezzo a voi come colui che serve, …. non vi chiamo più servi ma amici,  … andate a dire ai miei fratelli …”

Tra le persone ci sono quelli che ostentano familiarità con Dio ma ne sono soltanto molto lontani. Magari si servono del Suo nome per le proprie ambizioni o per un disegno di potere, tante volte violento contro chi non si piega alla loro ideologia. Ci sono poi quelli che si tengono a distanza per disinteresse, ignoranza o timore, mancanza di fede nei suoi inviti.

Solo chi riconosce Gesù come Signore può diventare suo amico. Ma chi ha toccato con mano la sua Maestà e visto il proprio peccato fa fatica a credere di poter essere accolto così seriamente nell’intimità di amore di Dio. Bisogna OSARE. Per questo la Chiesa ci fa introdurre la preghiera del Signore con la frase: “obbedienti alla parola del Salvatore e formati al suo divino insegnamento, OSIAMO dire”.

Ma la meta del cammino spirituale cristiano è proprio quella di sedere a mensa con il Signore, essere Uno con Lui. E fin da ora dobbiamo credere che Dio è nostro Padre.

Il beato Charles de Foucauld confessava che la parola del Vangelo che più lo aveva sconvolto e guidato nella sua vita era: “tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Matteo 25,40). Egli, il generoso, il servo, non poteva predicare il Vangelo per la compattezza dell’Islam e il suo essere straniero, francese come i colonizzatori. E quindi lo testimoniava con la sua vita di donazione. Una svolta essenziale avvenne però quando egli si ammalò gravemente e fu sul punto di morire. Allora i tuareg, estremamente poveri, lo curarono con latte di capra, costoso e raro, e gli salvarono la vita. Questo gli diede una grande libertà interiore. Infatti, paradossalmente, Dio stesso si manifestò a lui attraverso i poveri che finora egli aveva servito in nome del Dio che portava nel cuore e voleva far loro conoscere.

 

Colletta
Dio grande e misericordioso, prepara con la tua potenza il nostro cuore a incontrare il Cristo che viene, perché ci trovi degni di partecipare al banchetto della vita e ci serva egli stesso nel suo avvento glorioso. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

martedì 1 dicembre 2020

IN QUESTO TEMPO DOBBIAMO VEDERE COSE MERAVIGLIOSE / martedì 1a sett. di Avvento

"Vedrai cose maggiori di queste" (Giovanni 1, 50).

 E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Vedere e ascoltare è una grazia. Gli apostoli hanno visto e ascoltato, e hanno lasciato tutto, spendendo la vita fino al dono del sangue per diffondere il lieto annuncio di bene.

Se l'aver visto e ascoltato ha dato una tale carica di amore agli Apostoli, noi, cosa abbiamo visto e ascoltato?

C'è chi annuncia che conquisterà il mondo ma è solo ambizione umana perché non ha ascoltato né visto e dopo poco tutto vivacchia. C'è chi crede - o gli hanno fatto credere - di aver visto e ascoltato, e si accontenta di quello che ha, convinto che non esista null’altro. Sono tutti i battezzati ingannati delle nostre parrocchie e comunità cristiane. C'è chi è doppiamente ingannato perché corre dietro a visioni e rivelazioni fasulle (non andateci, non credeteci, dice Gesù). C'è chi ha scelto di non vedere e non ascoltare. 

Ma il Signore viene a dirci oggi che abbiamo ancora molto da vedere e ascoltare (Giovanni 1,50), vedere cioè scoprire intimamente il senso profondo di quello che sta davanti a noi, ascoltare e comprendere col cuore e lo spirito e non solo sentire suoni. Anche se abbiamo realmente visto e ascoltato e questo ha cambiato la nostra vita, è ancora molto poco nei confronti di quello che il Signore vuole rivelarci. Se il Mistero dei Cieli è rivelato ai piccoli e agli umili, è ovvio che quando il Signore ci ha chiamati dalle nostre tenebre, non eravamo né piccoli, né umili, e neppure ancora oggi. Che questo tempo di Avvento sia un tempo gioioso di ascolto e di scoperta del Signore Gesù e del progetto di Dio, progetto di pace e non di sventura, progetto di salvezza e di dignità per l’uomo e non di condanna, di comunione con Lui che viene per essere Uno con noi.

 

Prima Lettura   Is 11, 1-10
Su di lui si poserà lo spirito del Signore.