Le letture di questa domenica sono una miniera per la nostra formazione ecclesiale e spirituale. Il brano degli Atti (At 6,1-7) ci insegna molte cose sulla natura e la vita della Chiesa.
Pochi versetti prima (Atti 2,42-47) ci viene presentata la prima comunità cristiana in modo ideale: tutto armonioso, tutto gioia e condivisione. Ma questa comunione perfetta è il dono dello Spirito, quello stesso dono che riceviamo anche noi. I primi cristiani erano gente come noi e quindi c'erano già anche i problemi dovuti alla fragilità e alla fatica della conversione, alle chiusure di ciascuno e quelle cristallizzate in "strutture di peccato”. Infatti tutte le vedove avevano bisogno ma “alcune erano più uguali delle altre”! E la reazione è banalmente la mormorazione. Ma la Chiesa non può fermarsi alla mormorazione o al ripiegamento fatalista su se stessa. Animata dallo Spirito essa cerca e trova una soluzione! Ho visto in una Caritas diocesana questa bella frase: “Se presenti un problema e non proponi una soluzione, sei tu stesso parte del problema”. La condivisione dei beni è una dimensione fondamentale della Comunione divina e della missione della Chiesa (Atti 2,44-45). Ma la Carità più grande è dare la vita eterna alle persone, la dignità di figli di Dio, un senso alla vita che oltrepassi l’orizzonte terreno, infondere in tutti le energie della Risurrezione. Contrariamente a quanto professa qualche ignorante le mani che lavorano non sono più sante delle mani che pregano. Le due cose sono semplicemente inseparabili, ma tutto inizia sempre dalla preghiera e dal dono gratuito della salvezza.
“Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!”. Gesù aveva fatto agli Apostoli il dono totale di sé stesso, da diffondere a tutta l’umanità attraverso la stoltezza della predicazione e i sacramenti. E la predicazione, la trasformazione dei cuori e la formazione hanno la precedenza sui sacramenti e non il contrario: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo” (1 Cor 1,17; vedi vv 14-19). In quel caso gli Apostoli comunicano una parte della loro missione a uomini scelti, non con una semplice decisione amministrativa ma attraverso la preghiera e l’imposizione delle mani, con la partecipazione di tutta la comunità che sceglie i candidati tra i suoi membri. La Chiesa non è una ditta, o una semplice organizzazione umana, ma un Sacramento di Dio che deve proclamare le opere mirabili di Dio. Si fa ancora così per l’ordinazione dei presbiteri e dei diaconi, in cui troviamo per esempio : “Reverendissimo Padre (ossia il vescovo), la Santa Madre Chiesa chiede che questi nostri fratelli siano ordinati presbiteri. - Sei sicuro che ne siano degni? - Dalle informazioni raccolte presso il popolo cristiano …. Con l’aiuto di Dio e di Gesù Cristo nostro Signore, noi scegliamo questi fratelli per l’ordine del presbiterato…”.
Qualcuno sarà sorpreso: chi sono questi presbiteri? Sono quelli che, per errore, ancora a 60 anni dal Concilio Vaticano II continuiamo a chiamare sacerdoti ad esclusione degli altri battezzati. È una distorsione che viene dal modo sbagliato di vivere il modello clericale voluto dal Concilio di Trento mentre nel Nuovo Testamento esiste un solo Sacerdote , Gesù Cristo. Il suo corpo, i fedeli che come “pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale” costituiscono tutti insieme “un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo”. Non diciamo forse nella Preghiera Eucaristica II “ti rendiamo grazie per averci resi degni di compiere il servizio sacerdotale”. Questa frase non riguarda solo il presidente dell’Assemblea, ma tutta l’Assemblea, tutta la Chiesa, tutta la Comunità! C'è il sacerdozio comune per tutti, e nei carismi che ognuno può avere nella Chiesa c'è anche il sacerdozio ministeriale.
Prenderne coscienza a livello comunitario infonderebbe nuove energie. Ma forse qualcuno si sentirà smarrito? Nulla di insormontabile. Gesù dice :” non sia turbato il vostro cuore!”