Per parlare del cielo il Signore usa immagini della terra. Perché? Perché chi ha creato il cielo ha anche creato la terra e il creato ci parla del suo Creatore e perché comprendiamo più facilmente le cose della terra. Ma sappiamo passare dalle realtà della terra a quelle spirituali?
Isaia propone ai suoi ascoltatori l’immagine della pioggia per spiegare la natura e potenza della Parola di Dio. Nel clima semi arido della Terra santa, senza veri fiumi, tutto dipende dalle piogge d’inverno. In arabo dialettale pioggia e inverno si dicono: sh’tay = pioggia (= l'inverno è la stagione delle piogge). Se non piove o nevica abbastanza d’inverno non ci sarà raccolto sufficiente quell’anno. Quindi l’uomo dipende totalmente dall’acqua che scende dal cielo, e questa però compie “automaticamente” la sua opera. Ma all’uomo sembra invece che le promesse di Dio ritardano o non si compiano. Ed ecco che il profeta mette in parallelo pioggia e neve con la potenza della Parola di Dio.
L’uomo però è libero. “Il Dio che ti ha creato senza di te non ti salverà senza di te”. Per questo Gesù usa ancora immagini che sono esperienza di tutti: il seme deve trovare un terreno idoneo per germogliare, crescere e portare frutto. Ma il significato spirituale di questa parabola rimane oscuro ai più. In un altro post spiegherò “l’ingiustizia” di Gesù verso le folle alle quali parla solo in parabole.
Invece chiediamoci perché il Signore dice che basta comprendere la Parola. Mettiamo a confronto il modo come i tre evangelisti concludono la parabola del Seminatore. Per Matteo il terreno buono è “colui che ascolta la Parola e la comprende”; per cui automaticamente “questi dà frutto”. Non dice che bisogna sforzarsi di mettere in pratica la Parola. Per Marco il terreno buono “sono coloro che ascoltano la Parola, l'accolgono” e, senza che si parli di sforzo “portano frutto”. Per Luca infine il terreno buono “sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono” e anche loro “producono frutto”. Aggiunge però "con perseveranza”.
Vediamo come l’accento è sulla potenza della Parola di Dio e non sul fare dell’uomo. Non dobbiamo “cadere nell’eresia delle opere”. Mi fermo davanti alla Parola di Dio finché nella preghiera il Signore si degni di aprirla per me e io possa comprenderla? Oppure la sbrigo con le risposte che ho già in mente e penso che tutto il problema è di fare, mettere in pratica, senza rendermi conto che così non metto in pratica la Parola di Dio ma le idee che ho sulla Parola di Dio, riducendola alle mie forze, condizionandola alle mie ideologie, oppure decidendo che, siccome le mie forze non sono sufficienti, questa Parola non è per me, oppure è sbagliata?
Dal libro del profeta Isaìa Is 55,10-11

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