Abramo, nostro Padre nella fede, già vecchio, deve lasciare fisicamente la sua terra, la sua parentela, le sue sicurezze, per un’avventura del tutto nuova, inedita. Il massimo della scomodità e del rischio ad un'età - 75 anni - in cui di solito non si prendono più rischi. Anche dal punto di vista delle sicurezze religiose, anche se Abramo è stato deluso dai suoi idoli, abbandonare le proprie divinità per un dio sconosciuto, non è per nulla comune. Nella vita reale, tra attaccamento alle proprie abitudini, tradizioni e riti religiosi, e senza di colpa se li abbandoniamo, le persone sono restie a cambiare, anche per migliorare. Questa audacia di un vecchio ci spinge ad essere pronti anche noi ad “andare via dalla nostra terra, dalla nostra parentela” per convertirci a Dio.
Perché Abramo lascia tutto? Per la promessa che questo Dio gli ha fatto, quella che leggiamo nella prima lettura. Comprendiamo che ha fatto un’esperienza, oltre che di grandezza e di maestà, anche di amore anche se non gli è del tutto chiaro. Non è spiegabile diversamente e Dio è sempre amore.
Anche noi siamo quindi chiamati a lasciare tutto, ma in cambio di quale promessa?
Lo leggiamo nel Vangelo della trasfigurazione. La gioia, il benessere dei tre discepoli è tale che non vorrebbero più andare via! Pietro è stato così colpito da questa esperienza e scoperta che, anche dopo la Pentecoste, la ricorda (2 Pietro 1,16-18). Eppure è stata solo una consolazione terrena, perché le gioie del paradiso sono molto superiori e inaccessibili all’uomo su questa terra. Quanto saremo felici in paradiso!
Ma c'è lo smarrimento quando il Padre si manifesta nella nube. Anche noi ascoltiamo il Figlio, l’amato in tutto quello che ci dirà ma che ci dice specialmente questa sera: “Alzati, non temere”
Dal libro della Gènesi Gen 12,1-4a






