La Chiesa festeggia insieme Pietro e Paolo. Le letture delle messe di questa solennità li presentano quasi come due figure estranee l’una all’altra. Certo che c'è molto da dire su ciascuno di loro. Ma è essenziale anche sottolineare come la loro diversità grande diventa unione assoluta nell’unica Chiesa. Per dirla a soldoni, umanamente Paolo chiamato direttamente da Gesù sulla via di Damasco è infinitamente superiore a Pietro, il padroncino pescatore del lago di Tiberiade. Paolo è figlio di tre culture, ebraica, greca e latina, è fariseo figlio di farisei, con una perfetta preparazione sulla Torah ai piedi dei migliori maestri in particolare Gamaliele, ha una penetrazione teologica che vede più chiaramente degli altri il nuovo portato da Cristo in rapporto al “vecchio”, e il frutto del suo apostolato è superiore: “ho lavorato più di tutti loro, non io però, ma la grazia che è in me”!
Eppure Paolo si sottomette a Pietro e alla Chiesa degli Apostoli. In modo intelligente: evita che sia coinvolta tutta la comunità di Gerusalemme per non impantanarsi in chiacchiere di incompetenti ma parla privatamente con coloro che ne sono ritenuti le colonne: Giacomo, Pietro-Cefa e Giovanni perché diano a lui e a Barnaba “la destra in segno di comunione” (vedi Gàlati 2). Ma si sottomette: c'è qui sia l’approvazione teologica che il mandato missionario! Discernimento e potere di giurisdizione, potere di sciogliere e legare!
Siamo in un momento triste in cui il soggettivismo fa che singoli o gruppi rifiutano sia il discernimento del Magistero che il potere dei legittimi pastori di dare o rifiutare il mandato a ciò che vorrei fare. Il soggettivismo mi fa, anche in campo religioso, il dio di me stesso, come se la Chiesa fosse solo un'invenzione umana e non un dono dall’alto. Chi invoca la propria sensibilità eretta in valore assoluto, chi invoca uno “stato di necessità” per andare oltre l’autorità della Chiesa e creare una Chiesa scismatica. In genere questi ultimi presentano come giustificazione l’opporsi a Pietro a viso aperto di Paolo (cf. Gal 2,11) perché Pietro nel suo comportamento pratico rinnega il discernimento fatto prima a Gerusalemme. Ma Paolo non va oltre Pietro, non rompe con lui e Pietro dona ragione a Paolo, riconosce i suoi torti. È molto diverso da quello che vediamo nella tenace opposizione al Concilio che dura da ormai 60 anni e sta portando alla divisione della Chiesa, ingannando molte persone. Su questo torneremo. Ma intanto viviamo, anche con sofferenza, la piena cattolicità della nostra fede, cioè l’essere in comunione con la Chiesa e con “Pietro” sempre presente in mezzo a noi, come ce l’hanno testimoniato tutti i santi e in particolare san Francesco d’Assisi.
Dagli Atti degli Apostoli At 12,1-11

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