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mercoledì 28 ottobre 2026

LEONE XIV E LA FAMIGLIA /UNA CARO 32. nn. 80-83

 


Leone XIV

80. Tra i primi interventi di Papa Leone XIV, in riferimento al tema di questa Nota, si può prendere in considerazione quanto egli esprime nel messaggio per la commemorazione del 10° anniversario della canonizzazione dei coniugi Louis e Zélie Martin, genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino. In tale occasione, il Santo Padre si riferisce al «modello di coppia che la Santa Chiesa presenta ai giovani» come a «un’avventura così bella: un modello di fedeltà e di attenzione all’altro, un modello di fervore e di perseveranza nella fede, di educazione cristiana dei figli, di generosità nell’esercizio della carità e della giustizia sociale; un modello anche di fiducia nella prova»[109].

81. In verità, lo stesso motto di Papa Leone XIV, «In illo uno, unum» («in Colui che è Uno, siamo uno»), desunto da un brano di Sant’Agostino[110], potrebbe essere applicato alla vita di coppia, suggerendo che «essere una cosa sola» è possibile e realizzabile pienamente in Dio. In tal senso, l’unità matrimoniale trova il suo fondamento e la sua completezza nella relazione con Dio. In occasione del Giubileo delle famiglie, dei nonni e degli anziani, Papa Leone XIV, rivolgendosi direttamente agli sposi, ha ribadito che «il matrimonio non è un ideale, ma il canone del vero amore tra l’uomo e la donna: amore totale, fedele, fecondo […]. Mentre vi trasforma in una carne sola, questo stesso amore vi rende capaci, a immagine di Dio, di donare la vita»[111].

PAPA FRANCESCO, UNA RIFLESSIONE RADICATA NELL'ESPERIENZA / UNA CARO 31. nn. 78-79

 


Francesco

78. Papa Francesco ci ha fatto dono di una riflessione originale e radicata nell’esperienza concreta su diversi aspetti dell’unione esclusiva degli sposi nel quarto capitolo dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, dove si può trovare una descrizione dettagliata dell’amore coniugale nelle sue diverse manifestazioni, avendo come punto di partenza 1Cor 13, 4-7. Innanzitutto la pazienza, senza la quale «avremo sempre delle scuse per rispondere con ira, e alla fine diventeremo persone che non sanno convivere, antisociali incapaci di dominare gli impulsi»[97]; poi la benevolenza, il “fare il bene” come «reazione dinamica e creativa nei confronti degli altri»[98]; quindi l’amabilità, perché chi ha imparato a amare «detesta far soffrire gli altri»[99] ed «è capace di dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano»[100]. L’amore implica anche un certo “distacco di sé stessi”, per donarsi gratuitamente fino a dare la vita[101]. Di conseguenza, l’amore è capace di superare la violenza interiore verso i difetti altrui, che «ci mette sulla difensiva davanti agli altri» e «finisce per isolarci»[102]. A tutto ciò si aggiunge il perdono, che «presuppone l’esperienza di essere perdonati da Dio»[103], la capacità di rallegrarsi con gli altri, in modo che «chiunque faccia qualcosa di buono nella vita, sa che lì lo festeggeranno insieme a lui»[104]; e la fiducia, perché l’amore «lascia in libertà, rinuncia a controllare tutto, a possedere, a dominare»[105]. L’amore infine spera per l’altro, «spera sempre che sia possibile una maturazione, un sorprendente sbocciare di bellezza, che le potenzialità del suo essere germoglino un giorno»[106].

BENEDETTO XVI E LA FAMIGLIA NEL PROGETTO DI DIO / UNA CARO. 30. nn. 76-77

 


Benedetto XVI

76. Benedetto XVI riprende questo insegnamento, quando ricorda, richiamando anche lui il racconto della Creazione, che «l’eros è come radicato nella natura stessa dell’uomo; Adamo è in ricerca e “abbandona suo padre e sua madre” per trovare la donna; solo nel loro insieme rappresentano l’interezza dell’umanità, diventano “una sola carne”. Non meno importante è il secondo aspetto: in un orientamento fondato nella creazione, l’eros rimanda l’uomo al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e definitività; così, e solo così, si realizza la sua intima destinazione»[95].

GIOVANNI PAOLO II E LA FAMIGLIA 2. / UNA CARO 29. nn. 74-75

 


74. Seguendo questa linea di pensiero, San Giovanni Paolo II sostiene che questa unione non esprime la volontà originaria di Dio sulla monogamia se l’altra persona, anche se l’unione è esclusiva, diventa solamente un oggetto usato per appagare i propri desideri: «All’unione o “comunione” personale, cui l’uomo e la donna sono reciprocamente chiamati “dal principio”, non corrisponde, anzi è in contrasto la eventuale circostanza che una delle due persone esista solo come soggetto di appagamento del bisogno sessuale, e l’altra divenga esclusivamente oggetto di tale soddisfazione. Inoltre, non corrisponde a tale unità di “comunione” – anzi la contrasta – il caso che entrambi, l’uomo e la donna, esistano vicendevolmente quale oggetto di appagamento del bisogno sessuale, e ciascuna da parte sua sia soltanto soggetto di quell’appagamento. Tale “riduzione” di un così ricco contenuto della reciproca e perenne attrazione delle persone umane […] spegne il significato personale e “di comunione”, proprio dell’uomo e della donna»[93].

75. Il dono dello «Spirito Santo effuso nella celebrazione sacramentale offre agli sposi cristiani il dono di una comunione nuova d’amore che è immagine viva e reale di quella singolarissima unità, che fa della Chiesa l’indivisibile Corpo mistico del Signore Gesù […] stimolante impulso affinché ogni giorno progrediscano verso una sempre più ricca unione tra loro a tutti i livelli – dei corpi dei caratteri, dei cuori, delle intelligenze, e delle volontà, delle anime»[94].

GIOVANNI PAOLO II E LA MONOGAMIA 1. / UNA CARO 28. nn. 71-73.

 


San Giovanni Paolo II

71. San Giovanni Paolo II si serve del riferimento di Cristo “al principio” per introdurre, nella riflessione sul rapporto sponsale, l’ermeneutica del dono[86]. Nella Creazione si rivela l’autodonazione di Dio e la Creazione stessa costituisce il dono fondamentale e originario. L’essere umano è l’unica creatura che può ricevere il mondo creato come dono e che può, allo stesso tempo, in quanto immagine di Dio, fare della propria vita un dono. È in questa logica che il significato sponsale del corpo umano, nella sua mascolinità e femminilità, rivela che l’essere umano è stato creato per donarsi all’altro e che solo in questo dono di sé porta a compimento il vero significato del suo essere e della sua esistenza[87].

72. In questo orizzonte, nella sua esposizione della concezione cristiana della monogamia, San Giovanni Paolo II sostiene l’origine semitica e non occidentale dei suoi fondamenti più profondi, affermando che «appare come l’espressione della relazione interpersonale, quella in cui ciascuno dei due partner è riconosciuto dall’altro in uguale valore e nella totalità della sua persona. Questa concezione monogamica e personalistica della coppia umana è una rivelazione assolutamente originale, che porta il marchio di Dio, e che merita di essere sempre più approfondita»[88].

PAOLO VI SULLA COPPIA NEL MATRIMONIO / UNA CARO. 27. n. 70

 


 70. San Paolo VI, terminato il Concilio e riprendendo le sue riflessioni sul matrimonio, esprime una profonda preoccupazione in merito ai temi del matrimonio e della famiglia. Anche se nell’Humanae vitae egli desidera sottolineare il significato procreativo del matrimonio e degli atti sessuali, allo stesso tempo vuole mostrare che quel significato è inseparabile dall’altro: quello unitivo. Infatti, egli afferma che «per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce profondamente gli sposi, li rende atti alla generazione di nuove vite»[82]. In questo contesto, riafferma il valore della reciprocità e dell’esclusività che richiama la comunione d’amore e il perfezionamento vicendevole[83]. C’è una «connessione inscindibile» tra i due significati degli atti sessuali: «Salvaguardando ambedue questi aspetti essenziali, unitivo e procreativo, l’atto coniugale conserva integralmente il senso di mutuo e vero amore e l’ordinamento all’altissima vocazione dell’uomo nella paternità»[84]. Per cui, se diciamo che il significato unitivo è inscindibile dalla procreazione, dobbiamo dire allo stesso tempo che la ricerca della procreazione è inscindibile dal significato unitivo, come ha chiarito successivamente San Giovanni Paolo II: «la donazione fisica totale sarebbe menzogna, se non fosse segno e frutto della donazione personale totale»[85].

martedì 27 ottobre 2026

I VESCOVI ITALIANI INSEGNANO L'ISLAM E NON IL CRISTIANESIMO? UNA POLEMICA DI QUESTI GIORNI / 27 ottobre 2026.

 


Giorni fa scorso sono state presentate dalla Conferenza Episcopale Italiana delle schede per conoscere l’Islam destinate principalmente all’IRC (Insegnamento della Religione Cattolica nella scuola italiana). Non mancano le polemiche: I vescovi vogliono insegnare l’Islam ai nostri figli, e non insegnano più il Cristianesimo! Ma anche critiche più elaborate accusando queste schede di fare una presentazione irenista dell’Islam, cioè accettando in tutto il modo secondo cui i musulmani (sunniti) presentano la loro religione, smussandone in particolare gli aspetti violenti. Non lo so. Ho soltanto letto di traverso queste schedi. Ho visto che sono state elaborate dal Pontificio istituto per gli Studi Arabi e di Islamistica (P.I.S.A.I.), dove ho studiato, ma in accordo con le comunità islamiche. Questo chiaramente ha richiesto di non presentare l’Islam in modo polemico. Ma questa presentazione del sorgere dell’Islam è quella che segue la tradizione islamica e che ci facevano i Padri Bianchi al P.I.S.A.I., anche se ci sono stati da allora nuovi studi che gettano una luce diversa sul piano storico. Ne ho parlato sul Blog (La Gioia del Vangelo: L'ISLAM NON HA BASE STORICA SOLIDA? UNA BOMBA! / 11 - 09 - 2026. ).