San Giovanni Paolo II
71. San Giovanni Paolo II si serve del riferimento di Cristo “al principio” per introdurre, nella riflessione sul rapporto sponsale, l’ermeneutica del dono[86]. Nella Creazione si rivela l’autodonazione di Dio e la Creazione stessa costituisce il dono fondamentale e originario. L’essere umano è l’unica creatura che può ricevere il mondo creato come dono e che può, allo stesso tempo, in quanto immagine di Dio, fare della propria vita un dono. È in questa logica che il significato sponsale del corpo umano, nella sua mascolinità e femminilità, rivela che l’essere umano è stato creato per donarsi all’altro e che solo in questo dono di sé porta a compimento il vero significato del suo essere e della sua esistenza[87].
72. In questo orizzonte, nella sua esposizione della concezione cristiana della monogamia, San Giovanni Paolo II sostiene l’origine semitica e non occidentale dei suoi fondamenti più profondi, affermando che «appare come l’espressione della relazione interpersonale, quella in cui ciascuno dei due partner è riconosciuto dall’altro in uguale valore e nella totalità della sua persona. Questa concezione monogamica e personalistica della coppia umana è una rivelazione assolutamente originale, che porta il marchio di Dio, e che merita di essere sempre più approfondita»[88].
73. Il santo Pontefice deve però riconoscere che «tutta la tradizione dell’Antica Alleanza indica che alla coscienza delle generazioni susseguitesi nel popolo eletto, al loro ethos non è giunta mai l’esigenza effettiva della monogamia […] non si intende invece l’adulterio come appare dal punto di vita della monogamia stabilita dal Creatore»[89]. Per questa ragione, egli si sforza di leggere l’Antico Testamento non dal punto di vista normativo, ma dal punto di vista teologico, e lo fa partendo da due capisaldi. Il primo è la volontà di Cristo di tornare al principio[90], all’origine della Creazione, quando la coppia originale era monogama, nel senso dei “due in una sola carne”: «Dio fece l’uomo a sua somiglianza creandolo maschio e femmina. Ecco che cosa sorprende subito all’inizio. L’umanità, per somigliare a Dio, deve essere una coppia di due persone che si muovono l’una verso l’altra»[91]. L’altro punto di riferimento è la riflessione dei profeti sull’amore esclusivo tra Dio e il suo popolo, per la quale «denunciano sovente l’abbandono del vero Dio Jahvè da parte del popolo, paragonandolo all’adulterio […]. L’adulterio è peccato perché costituisce la rottura dell’alleanza personale dell’uomo e della donna […]. In molti testi la monogamia appare l’unica e giusta analogia del monoteismo inteso nelle categorie dell’Alleanza, cioè della fedeltà e dell’affidamento all’unico e vero Dio-Jahvè: Sposo di Israele. L’adulterio è l’antitesi di quella relazione sponsale, è l’antinomia del matrimonio»[92].
[86] Cf. Id., Udienza generale (2 gennaio 1980): Insegnamenti III, 1 (1980), 11-15; Id., Udienza generale (9 gennaio 1980): Insegnamenti III, 1 (1980), 88-92; Id., Udienza generale (16 gennaio 1980): Insegnamenti III, 1 (1980), 148-152.
[87] Cf. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes (7 dicembre 1965), n. 24: AAS 58 (1966), 1045.
[88] Giovanni Paolo II, Omelia nella Messa per le famiglie a Kinshasa (3 maggio 1980), n. 2: AAS 72 (1980), 425.
[89] Giovanni Paolo II, Udienza generale (13 agosto 1980), nn. 3-4: Insegnamenti III, 2 (1980), 398-399.
[90] Cf. Id., Udienza generale (20 agosto 1980): Insegnamenti III, 2 (1980), 415-419.
[91] Id., Omelia nella Messa per le famiglie a Kinshasa (3 maggio 1980), n. 2: AAS 72 (1980), 425.
[92] Id., Udienza generale (27 agosto 1980), nn. 1, 4: Insegnamenti III, 2 (1980), 451, 453-454.
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