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lunedì 19 ottobre 2026

PERCHÉ I CRISTIANI SONO FELICI? / XXIX sett T.O., pari, lunedì 19 X 2026.

 



Le letture di oggi ci offrono due aspetti complementari. 

Ai cristiani di Efeso, san Paolo spiega che prima erano prigionieri della logica dell’uomo vecchio che senza la comunione con Dio e con solo le forze terrene, diventa incapace di vincere il suo egoismo (s. Paolo lo chiama “carne”) e la sua paura di morire. Benché offuscata, la sua coscienza, specie se rafforzata dalla meditazione sulla vita, dalla filosofia, o dalla stessa Parola di Dio per il popolo eletto, gli dice che dovrebbe amare. Almeno amare il suo simile come se stesso, riconoscerlo come “prossimo”. Ma non ne è capace. E se, una decisione dopo l’altra, sceglie se stesso, egli scivola verso un egoismo sempre più radicato, spinto dal demonio. Viene travolto dalla potenza delle sue pulsioni vitali che la ragione non riesce a controllare. 

Quali sono queste pulsioni vitali? Innanzitutto il desiderio di essere felice e sfuggire all’angoscia della morte. Egli, quindi, combatterà chiunque vedrà come nemico della sua libertà e della sua vita. Egli cercherà di realizzarsi attraverso i suoi doni: sessualmente in vista del futuro della specie, materialmente attraverso la sicurezza che rappresenta la ricchezza, socialmente attraverso il successo, l’essere riconosciuto e occupare una posizione di rilievo. Sono tutte pulsioni messe nel cuore dell’uomo da Dio stesso, ma in vista di un bene maggiore e controllate dalla ragione. Da sole, le passioni sono disordinate. Chi è debole, seguirà lo stesso il suo egoismo ma nutrendolo di schifezze che lo abbruttiscono, come la pornografia, l’alcol, la droga, l’evasione nell’irreale, l’avarizia, l’apparenza e la menzogna, il vittimismo, la vendetta…

In Cristo risorto, Dio libera dalla logica dell’uomo vecchio. Non in forza di meriti dell’uomo ma gratuitamente (vedi anche 2 Timòteo 1, 9; Tito 3, 5). Non a metà ma totalmente, facendoci partecipare subito alla dignità del Figlio amato, come sue membra, come “Cristo totale”, seduti alla destra di Dio. La condizione per vivere questa condizione di figli fino alla realizzazione totale dopo la vita terrena è di credere giorno dopo giorno che Cristo è la Via, la Verità e la Vita e che il suo impegno di misericordia nei miei confronti è senza ripensamenti anche se cado (1 Corinzi 15, 2). Questa salvezza, reale, è però “in spem”, nella speranza (Romani 8, 24). 

La realtà del dono di salvezza si vede nel riorientamento delle mie disposizioni profonde, e la sincerità della fede si vede nel riferirmi continuamente alla Parola di Cristo e al suo Spirito come criterio concreto di vita (“la fede senza le opere è morta in sé stessa”). Ma dentro di me c'è ancora l’uomo vecchio. La sua resistenza diventa una contraddizione molto dolorosa. San Paolo si sfoga nella lettera ai Romani: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto.  … infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio”. (Romani 7, 15.19). Nel suo desiderio di perfezione egli si vede impotente ma non condannato: “Me infelice! Chi mi libererà da questo corpo di morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore!” (Romani 7,24-25). Egli dirà: “Ora, dunque, non c'è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte”. (Romani 8,1-2). Il Signore gli farà comprendere che il permanere in lui di tante imperfezioni gli serve a fidarsi soltanto e assolutamente del suo amore gratuito : “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno”. (Romani 8,22) a condizione che egli si lasci guidare dallo Spirito Santo. Il Signore sarà ancora più esplicito : “Ed egli mi ha detto: "Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza". Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo.!”  (2 Corinzi 12, 9). E potrà constatare: “Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me”. (1 Corinzi 15, 10). Quindi la grazia trasforma, fa crescere le virtù, e rende il credente un testimone anche con i segni e persino i miracoli.

Il Vangelo di oggi completa questo annuncio con il suo contrario: la sterilità e stoltezza del ricco che ha ricevuto da Dio un raccolto particolarmente abbondante. Perché è stolto? Perché ragiona tra sé e sé, non si confronta con Dio (forse nella sua testa lo ringrazia pure) ma segue solo i suoi ragionamenti, in quel caso prettamente egoistici, e quindi non lascia la grazia farlo crescere attraverso i doni di Dio e usarli con discernimento e sapienza. 



Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni  Ef 2,1-10

Fratelli, voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati, nei quali un tempo viveste, alla maniera di questo mondo, seguendo il principe delle Potenze dell’aria, quello spirito che ora opera negli uomini ribelli. Anche tutti noi, come loro, un tempo siamo vissuti nelle nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi: eravamo per natura meritevoli d’ira, come gli altri.

Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù.

Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo. 


Dal Vangelo secondo Luca  Lc 12,13-21

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».

E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».

Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».


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