Nel post precedente abbiamo visto una prima fase della vita di san Francesco con la croce. Neanche in quella fase è stato tutto semplice: ha dovuto subire la rottura col padre e il fratello Angelo, e fisicamente anche dalla madre. Rottura con gli amici di un tempo, con il coraggio di ritornare sui suoi passi e mendicare presso un gruppo di loro che fanno festa, un'elemosina per ricostruire san Damiano. Avere un talento di giullare lo aiuta molto ma soprattutto gli dà forza l’umiliazione di Cristo. Deve subire lo sguardo di condanna della gente per bene e gli insulti dei loro bambini, anche perché appena avuto un primo gruppo di seguaci sceglie di chiamarli frati minori. Ci ricordiamo che la città che doveva essere un “Comune” era divisa in Maiores e Minores. Fratres minores poteva venire misticamente dal Vangelo come mi diceva un confratello, ma aveva un eco sociale non indifferente che colpiva tutti: “nam qui minor est inter omnes vos, hic maior est” “Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande" (Luca 9,48). Scegliendo di chiamarsi “Minor” Francesco tradiva il suo ceto sociale! Ma Francesco ha visto il suo prendere la croce dietro a Gesù e diventare discepolo del Vangelo sine glossa come una liberazione dalle sue contraddizioni. Assieme alla promessa del Signore nel sogno, l’entusiasmo e le energie della giovinezza gli rendono tutto più dolce e facile. E dopo un primo periodo di solitudine arrivano anche i primi compagni che Francesco ricorda come un dono essenziale e una grande gioia: “Quando il Signore mi dette dei fratelli…”.
Il film di Zeffirelli finisce con la conferma della sua forma di vita da parte di Papa Innocenzo III. In pratica comincia veramente in quel momento la vita di san Francesco, o per lo meno la sua vita come fondatore di una comunità, di un ordine che diventerà man mano triplice (frati, clarisse, terz’ordine).
Troppo poetico il film di Zeffirelli? Frati con lunghi anni di fedeltà si sono commossi nel vederlo perché illustrava bene l’ispirazione di Francesco, ma la verità è che il film cancella quasi tutta l’asprezza delle sue scelte. Più tardi ci fu il film di Liliana Cavani che mostrava invece la durezza di questa vita di povertà e un Francesco toccato nella salute, la sua notte oscura prima delle stigmate... Molti mi dicevano: questo film esagera. No, non esagerava, anzi. Se aveva un difetto era di non dare abbastanza risalto alla gioia spirituale di Francesco e dei suoi compagni, ai momenti di esultanza per tutti i miracoli che il Signore compiva per loro e nelle loro vite, ma anche la loro gioia stabile malgrado le aridità e l’ “assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese” direbbe san Paolo (2 Corinzi 11, 28), cioè le comunità di frati.
Le malattie accumulate da Francesco sono impressionanti. Qualcuno ipotizza che sia morto di fame, non riuscendo più ad assimilare il cibo per il suo mal di stomaco. Sappiamo della sua malattia di occhi che lo rese cieco. E in mezzo a tutto questo sgorga il Cantico delle creature. Non vede, non sopporta nemmeno la luce del sole, ma canta lo splendore di Messer frate Sole “che di te, Altissimo, porta significatione”. Non vede eppure vede molto meglio di tutti noi!
Ma la sofferenza più grande di Francesco è soprattutto di essere peccatore e di non riuscire a portare il fuoco sulla terra come vuole Gesù (Luca 12, 49 ), l’Amore non amato. Più di ogni altro lo ferisce l’infedeltà dei suoi frati che si accontentano di essere solo meglio della media, meglio del clero secolare (almeno credono così). Altri invece sognano di prendere il potere nella Chiesa per rinnovarla. Alcuni entrano tra i frati portando tutta la loro rabbia contro la Chiesa istituzionale e i suoi abusi e mal sopportano di dover sottostare all’alto clero, costituito soprattutto da rampolli delle famiglie nobili. Mentre per Francesco, proprio perché segue Gesù e il Vangelo solo, non esiste Cristianesimo separato dalla Chiesa Cattolica, l’unica Chiesa fondata da Gesù e insiste che "tutti i frati siano cattolici", non esitando a comandare misure severe nel caso contrario. Gesù dice di sopportare che ci sia nel campo oltre al buon grano anche la zizzania persino dove non vorresti mai trovarla. Questo è il potere divino di Gesù e la sua pedagogia: nella Chiesa crescono tanti rami nuovi, segno dell’inesauribile vitalità del Vangelo, ma sempre sull’unico albero, tutti legati alla stessa radice, come germe valido di unità e riconciliazione dell’umanità. C'è in san Francesco una dialettica meravigliosa e molto complessa tra l'esigenza della "obbedienza che abbiamo promesso" e la purezza dell'Ordine fino all'espulsione da una parte, e dall'altra parte la misericordia infinita verso la fragilità umana che portiamo tutti in noi. Per cui nessuno sia chiamato "superiore" ma "guardiano" e "custode dei suoi fratelli" (Genesi 4,9), e servo degli altri ("ministro"). Scrive che qualunque frate per quanto possa aver peccato dopo aver incontrato gli occhi del suo ministro sappia di essere perdonato (vedi Lettera ad un ministro).

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