Riceviamo e mandiamo auguri da e ad amici e conoscenti per questa Domenica delle Palme.
Che strano!
Che strano fare gli auguri per un morto! Questo morto è prima un uomo tradito, lasciato solo dai discepoli dell'ultimo giorno, di un solo giorno di entusiasmo, ma anche da chi lo segue da tempo giurando fedeltà alla sua missione, un uomo torturato, condannato, abbandonato al suo supplizio da Colui in cui confidava e di cui annunciava l’amore onnipotente e premuroso, invitando a chiamarlo Padre, Abbà, babbo, un uomo inchiodato ad una croce infame e lasciato agonizzare fino alla morte esposto a tutti gli sguardi e commenti: sguardo di chi lo piange, impotente a soccorrerlo o paralizzato dalla paura, sguardi che lo annullano con l'indifferenza: “se sta così, non era uno che valeva la pena”. Un uomo esposto alla derisione e agli insulti di chi esulta per la sua sconfitta o alla rabbia di chi è condannato a fianco a lui.
Strano scambiarci gli auguri per un uomo la cui sventura rivela il peggio di te, fragilità, paura, fuga dalle responsabilità e dalla solidarietà, ambiguità, rabbia, fondo animalesco o forse veramente complice con il male profondo che regna sul mondo.Solo la fede vissuta ogni giorno nella propria visione del mondo, nelle decisioni e azioni può vedere in quell’uomo e la sua sorte una festa d’amore, capace di trasformare ogni male in benedizione e ispirare il nostro cammino, rivelarci senza portarci alla disperazione la nostra lontananza dall’immagine di Dio che siamo noi e dovrebbe risplendere e risanare il mondo.
Ma forse sono ancora allo stadio in cui vedo in Gesù non un maestro da seguire ma un parafulmine, questa figura straordinaria, unica, lì sulla croce, inarrivabile, terribile e inquietante di cui mi dicono che mi ha salvato, che è morto per me, e che è la mia unica speranza, che se mi affido a lui la mia condanna è revocata. Forse nella mia impotenza a convertirmi grido a lui: “salvami, muori ancora per me, che io non vada perduto”. Ho gridato così e so, adesso che cerco di seguirlo un po' meglio, se mi confronto con la mia vocazione ad amare come lui ha amato, devo ancora gridare a lui: “grazie perché sei morto per me, perché mi hai amato quando ero totalmente tuo nemico senza troppo saperlo. Ma adesso che mi hai aperto gli occhi vedo che sono ancora tuo nemico nel profondo, incapace di cambiare senza la tua grazia che però non cerco con tutto il cuore mettendo il mio io al primo posto. Senza di te non posso far nulla. Fa che le mie tenebre accolgano la tua vita!”
Infatti sta scritto per la nostra consolazione : “Se infatti, quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita”. (Romani 5, 10).
Fermiamoci in questa settimana sulla passione del Signore, lui innocente, la sua morte ingiusta accolta da lui per amore del suo Dio e per amore nostro. Vedremo l’amore trionfare fin da adesso dal male proprio perché è capace di amare fino alla fine. Intuiremo che un tale amore più forte di qualsiasi male è più forte della morte, porta alla risurrezione.

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