Azaria, giovane esiliato ebreo, funzionario della Corte di Nabucodonosor eleva a Dio una bellissima preghiera di pentimento nel fuoco della fornace in cui è stato gettato assieme ai suoi due compagni. Sorprende il chiedere perdono per i propri peccati e quelli del popolo di cui fanno parte, mentre hanno, con fierezza, esposto la loro vita per non prostrarsi agli dèi babilonesi e alla Statua fatta erigere dal re in persona.
Forse dalla nostra generazione mormoratrice si sarebbe elevata una preghiera di pretesa o di bestemmia, di condanna di Dio che non risparmiava quest'ultima prova.
Impariamo da loro a pregare: umiltà, senso della gratuità della grazia, senso di solidarietà con tutta la comunità di cui si fa parte, e soprattutto appoggiarsi sulla fedeltà di Dio e non sui propri meriti.
Certo, neppure a quei tempi tutti avevano una fede così matura. Il Vangelo del servo spietato ce lo testimonia oggi.
Prima Lettura Dn 3, 25. 34-45 Accoglici, Signore, con il cuore contrito e con lo spirito umiliato.
Dal libro del profeta Daniele






