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venerdì 18 settembre 2026

POVERTÀ DELLA CHIESA E DEL CLERO. COSA DICE SAN PAOLO? / In seguito allo stipendio dei Cardinali 18 - 09 - 2026

San Paolo tessitore di tende.

 La decisione di Papa Leone di annullare le restrizioni di stipendio al personale della Santa Sede volute da Papa Francesco a causa del Covid continua a suscitare emozione e reazioni negative. Alcune reazioni, come sempre, sono basate su una cattiva informazione o persino sul piacere di poter parlare male della Chiesa. Ma nel profondo anche molte persone semplici e impegnate con Cristo e la Chiesa sono rimaste a disagio. Considero una grazia enorme aver potuto vivere i 25 anni della mia vita religiosa senza soldi, sperimentando la vicinanza costante e premurosa del Signore. Ma cerchiamo di superare la disinformazione chiedendoci: quale era la posizione di Gesù? Qual è la posizione della Scrittura? Secondo la Scrittura gli apostoli e altri ministri del Vangelo possono ricevere uno stipendio, oppure la prassi comune da molti secoli rappresenta una infedeltà, un compromesso della Chiesa? 

Sappiamo che i soldi e le ricchezze sono uno dei problemi costanti dei cristiani. Gesù dice a tutti : “non potete servire Dio e la ricchezza, ossia mammona”. San Paolo afferma che  “L'avidità del denaro infatti è la radice di tutti i mali; presi da questo desiderio, alcuni hanno deviato dalla fede e si sono procurati molti tormenti” (1 Timòteo 6, 10). Tutti, per essere beati, devono essere “poveri in spirito” (Matteo 5,3). In particolare il distacco dalle ricchezze è imperativo per il clero, gli apostoli e i vari responsabili nella Chiesa. San Paolo sceglie di rinunciare al suo diritto di ricevere ricompense nel suo servizio al Vangelo. Non significa per lui vivere una povertà continua ma essere libero come Gesù che, con i suoi discepoli, passa momenti di fame ma accettava l’aiuto economico di donne facoltose (Luca 8, 3). L’ascesi di Paolo è quindi di essere “allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza” (Fil 4,12) e a cercare di “bastare a me stesso in ogni occasione” (Fil 4,11). È importante leggere tutto il brano di Filippesi 4, da 10 a 20. Come testimonianza cerca di essere in tutto trasparente e di non essere di peso lavorando con le sue mani o ricevendo aiuti da altre chiese già più mature nella fede: “Ecco, è la terza volta che sto per venire da voi, e non vi sarò di peso, perché non cerco i vostri beni, ma voi. Infatti non spetta ai figli mettere da parte per i genitori, ma ai genitori per i figli”. (2 Corinzi 12, 14). 

Il suo esempio rimane uno sprone per tutte le generazioni cristiane ed è stato illustrato da tanti santi. Non c'è solo san Francesco, campione dell’altissima povertà che vuole fare sua sposa. Forse non abbiamo l’immagine di un sant’Ignazio di Loyola povero, ma “il pellegrino” fondatore dei Gesuiti, era poverissimo. Don Bosco, per amore dei ragazzi sbandati e mancanza di mezzi, viveva assieme ai primi salesiani una povertà acutissima, e andava per l’elemosina paragonandosi al lupo che si avventura fuori dal bosco solo per i morsi della fame fin troppo reale. 

Ma di questo san Paolo non fa una legge. Per lui la regola invece è che: “Chi viene istruito nella Parola, condivida tutti i suoi beni con chi lo istruisce”. (Gàlati 6, 6). Questo giustifica la colletta che fa per le comunità di Gerusalemme che non è carità ma dovuta : “L'hanno voluto perché sono ad essi debitori: infatti le genti, avendo partecipato ai loro beni spirituali, sono in debito di rendere loro un servizio sacro anche nelle loro necessità materiali”. (Romani 15, 27). Nelle sue raccomandazioni a Timoteo egli scrive: “I presbìteri che esercitano bene la presidenza siano considerati meritevoli di un duplice riconoscimento, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell'insegnamento. Dice infatti la Scrittura: Non metterai la museruola al bue che trebbia, e: Chi lavora ha diritto alla sua ricompensa”. (1 Timoteo 5,17-18).

Vediamo quindi che Paolo parla spesso e in modo completo, ragionato, del rapporto con i soldi e, come lui e tanti santi, la Chiesa deve dare l’esempio del mettere al servizio di Dio i beni di questo mondo e fuggire avidità per il denaro! Probabilmente il brano più completo dove presenta le sue scelte e la norma generale per la Chiesa è il capitolo 9 della prima ai Corinzi. Bisogna leggerlo per intero: 

1 Corinzi 9

1 Non sono forse libero, io? Non sono forse un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro? E non siete voi la mia opera nel Signore? 2Anche se non sono apostolo per altri, almeno per voi lo sono; voi siete nel Signore il sigillo del mio apostolato. 3La mia difesa contro quelli che mi accusano è questa: 4non abbiamo forse il diritto di mangiare e di bere? 5Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa? 6Oppure soltanto io e Bàrnaba non abbiamo il diritto di non lavorare?

7E chi mai presta servizio militare a proprie spese? Chi pianta una vigna senza mangiarne il frutto? Chi fa pascolare un gregge senza cibarsi del latte del gregge? 8Io non dico questo da un punto di vista umano; è la Legge che dice così. 9Nella legge di Mosè infatti sta scritto: Non metterai la museruola al bue che trebbia. Forse Dio si prende cura dei buoi? 10Oppure lo dice proprio per noi? Certamente fu scritto per noi. Poiché colui che ara, deve arare sperando, e colui che trebbia, trebbiare nella speranza di avere la sua parte. 11Se noi abbiamo seminato in voi beni spirituali, è forse gran cosa se raccoglieremo beni materiali? 12Se altri hanno tale diritto su di voi, noi non l'abbiamo di più? Noi però non abbiamo voluto servirci di questo diritto, ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo. 13Non sapete che quelli che celebrano il culto, dal culto traggono il vitto, e quelli che servono all'altare, dall'altare ricevono la loro parte? 14Così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il Vangelo vivano del Vangelo.

15Io invece non mi sono avvalso di alcuno di questi diritti, né ve ne scrivo perché si faccia in tal modo con me; preferirei piuttosto morire. Nessuno mi toglierà questo vanto! 16Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! 17Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. 18Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.

19Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: 20mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge - pur non essendo io sotto la Legge - mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. 21Per coloro che non hanno Legge - pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo - mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. 22Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. 23Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch'io.

24Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! 25Però ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre. 26Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio pugilato, ma non come chi batte l'aria; 27anzi tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù, perché non succeda che, dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato.


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