Ieri eravamo scioccati dalla durezza di Abramo e Sarah nel trattare Agar la schiava e madre di Ismaele: usata quando serviva, cacciata quando non serviva più… Ma l'imperfezione morale non impedisce Abramo di capire che il Dio che gli parla mantiene le sue promesse e può tutto, dare vita alla morte come era la sua carne e quella di Sarah. Conviene obbedirgli ciecamente, perché, anche nella morte egli è il Dio della vita. Noi tremiamo davanti alla prova di Abramo che ha creduto che anche uccidendo lui stesso il figlio che amava, Dio fedele avrebbe risuscitato quel figlio.
Si parla giustamente delle parrocchie come comunità evangelizzatrici. Sta nel programma delle parrocchie portare i fedeli alla fede di Abramo, o meglio (più di uno dirà “peggio”) alla fede cristiana, cioè, “allo scopo di edificare il corpo di Cristo”, portare tutti “all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Efesini 4,13)? Sta nel programma delle parrocchie insegnare a odiare i figli, cioè purificarci da ogni attesa umana, da ogni compromesso con l’affettività, per essere strumenti di Cristo nell’educare i figli nella disciplina del Signore? Oppure ci si accontenta di rimanere “fanciulli in balìa delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Efesini 4,14), del "secondo me", del "vabbè ma non bisogna esagerare", del "lo Spirito Santo è presente ovunque" (il che in assoluto è proprio vero, ma pastoralmente crea confusione), del "la fede non si può giudicare, ognuno la pensa come vuole", ecc..
Santa Maria Goretti, che ricordiamo oggi, giglio che maturava comunione dopo comunione secondo la testimonianza della mamma, martire solo perché "Dio non vuole", ci testimonia assieme a Carlo Acutis, Chiara “Luce” Badano, e altri, che è possibile vivere il Vangelo fino in fondo, anche in tenera età, anche oggi.
Prima Lettura Gn 22, 1-19 Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede.
Dal libro della Gènesi

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