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mercoledì 5 aprile 2017

IL MISTERO DEL SERPENTE / martedì V° settimana di Quaresima, 2

Il Serpente di bronzo - Michelangelo
Dalle letture di ieri c'è un altro aspetto fondamentale sul quale conviene fermarsi:
Perché i serpenti, perché il serpente di rame sull’asta, perché Gesù in croce?

Il popolo non sopporta il viaggio e si allontana da Dio chiudendosi nelle sue lamentele. Solo un pericolo molto più forte gliene fa uscire e, cercando aiuto in Dio, gli fa riannodare la relazione con Lui. Non è il massimo come elevatezza mistica ma è efficace. Il problema è che questa soluzione trovata da Dio genera un paradosso vissuto spesso come scandalo: perché Dio che è (dichiarato) buono, avrebbe bisogno della sofferenza dei suoi figli? della sofferenza del Figlio?

Abbiamo dato adesso una risposta abbastanza indicativa per il caso del popolo nel deserto. La sofferenza rimane però, e per sempre, una realtà che non si pacifica se non nell’esperienza diretta con Dio. Giobbe rigetterà tutte le spiegazioni dei suoi amici “teologi” e vorrà parlare del perché delle sue disgrazie direttamente con Dio che è, insieme suo carnefice e suo redentore. Tra parentesi, oggi molti teologi più o meno patentati fanno i buonisti. Negano che il male sia, in ultima analisi, sotto la responsabilità di Dio. Così negano implicitamente la sua onnipotenza e quindi negano Dio nella sua Natura divina. Brutto servizio! A che mi serve un Dio che non può agire in modo sovrano su tutte le forze che intervengono nella mia vita?


Monte Nebo - Scultura di Giovanni Fantoni
Quello che colpisce nella storia dei serpenti nel deserto è che, mentre il popolo chiede tramite Mosè che Dio allontani da loro i serpenti, il male, Dio invece indica a Mosè e al suo popolo di avvicinarsi a questo male, di guardarlo. Uno sguardo diverso avrà il potere in Dio di rendere innocuo il male. Guardare in faccia il mio male, ogni aspetto della mia vita, anche e sopratutto il mio peccato. Una risposta di una grandezza incredibile, che rallegrerebbe anche ogni psicologo. Gli psicologi invitano a rielaborare il proprio passato, ad assumerlo. In pratica siamo molto timidi nel fare questo. Siamo molto più inclini a fuggire, ad accusare gli altri o le circostanze, a guardare di noi stessi solo l’accettabile e a non (voler) vedere l’inaccettabile. Forse intuiamo che né lo psicologo né alcuno sforzo da parte nostra, per quanto apprezzabile, potrà salvarci realmente. E preferiamo non contemplare la nostra morte – in tutti i suoi aspetti – perché è una condanna senza scampo.


Ecco che in Gesù questo inaccettabile prende una dimensione nuova e incredibile: la morte è il luogo dove conoscerlo. Egli dice ai farisei: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono”. E quindi la morte, anche ogni “morte”, segno della mia condanna, della mia dannazione, diventa in Gesù Cristo Figlio di Dio e Dio stesso, luogo della mia salvezza. Se guardiamo a Gesù crocifisso sapremo che Gesù E’, perché solo Dio può abitare la Morte vincendo il suo potere. Solo l’Amore assoluto può entrare nella Morte per amore. 

Noi non riusciamo ad entrare nella morte per amore. Nella vita di tutti i giorni, non riusciamo nemmeno a guardare la Morte, la nostra morte e quella degli altri, pur essendo credenti in Cristo. Però è questo che bisogna fare. In questi giorni speciali della Pasqua ricominciamo a guardare al Crocifisso. La sua Innocenza ci rivela il nostro male senza attenuanti e la forza del suo Amore senza nessun dubbio.

2 commenti:

  1. Qualcuno mi ha scritto riguardo alla sofferenza:
    “cosa significa? Che Dio lo permette? Il Papa in un suo discorso ha detto che di fronte a certe sofferenze non c'è una risposta…”
    Infatti ho parlato di paradosso. Il paradosso segnala una contraddizione almeno apparente tra i vari termini di un problema che non si riesce a spiegare facilmente. La sofferenza per la sola mente umana non è comprensibile fino in fondo e, Giobbe per esempio, solo nel cuore a cuore con Dio riesce a trovare la luce e la pace. così anche tutti gli altri. Così che di fronte a certe sofferenze non abbiamo risposte e forse nessuno finora ha trovato risposte soddisfacenti.
    Ma dalla Bibbia e dall’esperienza dei cristiani la Chiesa è arrivata a professare: “Credo in Dio Padre Onnipotente”. Quindi ogni male, anche quello che non ha per nulla la sua approvazione, è sotto il suo potere di Padre e senza il suo permesso non esisterebbe.
    Quindi posso fidarmi di Dio anche se non capisco, perché è Padre.

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  2. Una Buona risposta presa da "Jesus". Bisogna guardare al crocifisso.

    Il Dio dei silenzi
    rubrica Gazzetta Santa Marta, mensile Jesus

    (Iacopo Scaramuzzi) Non ci sono più i terremoti di una volta, ha scritto l’antropologo Piergiorgio Giacchè. I progressi scientifici e tecnici, l’efficienza su cui si misura la reazione burocratica, la mediatizzazione tempestiva hanno spogliato il dramma del sisma da un timore della natura che confusamente si mescolava con il timor di dio. C’è chi immagina sotto la terra che trema una divinità irata per qualche provvedimento legislativo, ma, grazie a Dio, risulta più delirante che altro. Le risposte sovrabbondano e la domanda sul senso degli eventi si affievolisce.
    «Nella vostra situazione il peggio che si può fare è un sermone», ha detto il Papa ai terremotati del centro Italia. Pochi giorni prima Francesco aveva detto che «davanti alla tragedia della perdita dei figli, una madre non può accettare parole o gesti di consolazione, che sono sempre inadeguati, mai capaci di lenire il dolore di una ferita che non può e non vuole essere rimarginata». E’ un tema ricorrente. Ad una ragazza che gli chiedeva una spiegazione dell’orrore, a Napoli, Jorge Mario Bergoglio ha parlato di «silenzi di Dio che non si possono spiegare se tu non guardi il Crocifisso». Ai filippini scampati al tifone ha detto che l’uomo con Dio è come il bambino che chiede «perché» a mamma e papà: «Perché succedono queste cose? Non si può spiegare».
    Dopo il silenzio di Dio c’è l’ateismo, è il timore di alcuni. Che non colgono come il silenzio del Papa apra, in una società caciarona e narcisista, uno spazio per tornare a interrogarsi niente meno che sulla verità. E allontana la Chiesa dalla peggiore eresia, come ha avuto a definirla il superiore dei Domenicani Bruno Cadorè, che consiste nel «far dire a Dio quello che Dio non ha detto».

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