La Sacrosanctum Concilium (S.C.) è dunque la prima Costituzione emanata dal Concilio Vaticano II. Nasceva in un contesto in cui contava molto il Rubricismo: la Liturgia latina appariva come una serie di forme, testi e gesti - le rubriche liturgiche - da rispettare rigidamente per essere conforme alla fede cattolica e valida sacramentalmente. Iniziare lo studio dei Documenti del Concilio con la S.C. può dunque essere fuorviante se non si mette da parte questa mentalità rubricistica. Purtroppo l’applicazione della Riforma liturgica presso molti preti e comunità si è svolta in questa mentalità: prima si doveva fare così, adesso si fa cosà. Le rubriche erano soltanto cambiate (anche se molto cambiate) ma non la mentalità! Ho sentito in questi ultimi giorni questa frase dalla bocca di un prete: “se don X dice messa…!” Era il linguaggio degli anni ‘50 del secolo scorso, ma, a quanto sembra, è ancora il linguaggio di una parte del clero giovane nel 2026. Non a caso nel suo primo discorso Urbi et Orbi, Giovanni Paolo II disse : “Anzitutto, desideriamo insistere sulla permanente importanza del Concilio Ecumenico Vaticano II, e ciò è per noi un formale impegno di dare ad esso la dovuta esecuzione. Non è forse il Concilio una pietra miliare nella storia bimillenaria della Chiesa e, di riflesso, nella storia religiosa e anche culturale del mondo? … Questo criterio generale, della fedeltà al Vaticano II e di esplicito proposito, da parte nostra, per la completa sua applicazione, potrà interessare più settori: … ma uno specialmente dovrà essere il settore che richiederà le maggiori cure, cioè quello dell’ecclesiologia”. (La Gioia del Vangelo: GIOVANNI PAOLO II E ALTRI, E IL CONCILIO VATICANO II / San Giovanni Paolo II, 22 ottobre 2025. )
Sapientemente, Papa Leone nelle sue catechesi sul Concilio ha cominciato dalla Dei Verbum (in principio era la Parola e questa Parola compiuta è Gesù Cristo!), per passare alla Lumen Gentium (da Cristo, dalla Parola nasce la Chiesa) e solo oggi ha iniziato a parlare della Sacrosanctum Concilium (è la Chiesa unita al suo Sposo che celebra il Mistero pasquale). Egli ha detto oggi all'Udienza del mercoledì:
“Elaborando questa Costituzione, i Padri conciliari hanno voluto non solo intraprendere una riforma dei riti, ma condurre la Chiesa a contemplare e ad approfondire quel legame vivo che la costituisce ed unisce: il mistero di Cristo. La liturgia, in effetti, tocca il cuore stesso di questo mistero: essa è insieme lo spazio, il tempo e il contesto in cui la Chiesa riceve da Cristo la propria stessa vita”.
Il fatto che la prima Costituzione sia stata quella sulla Liturgia non viene dal fatto che Dio volendo dare alla Chiesa un culto autentico abbia fatto scendere dal Cielo le rubriche e cerimonie giuste che l’uomo è costretto a rispettare in quanto creatura che è obbligato ad adorare il suo Creatore. Questo è quello che dice Maometto ai musulmani nel suo ultimo discorso alla Mecca! Nella Chiesa è un terribile rovesciamento della natura della Liturgia che purtroppo sentiamo espresso in frasi dette da fedeli e anche da alcuni chierici: “Dio ci ha dato tanto, è giusto che gli diamo un’ora ogni settimana per la Messa”. “La Messa è un precetto, bisogna compierlo (compimento del precetto=compio e mento)”. “Chi arriva in ritardo alla Messa non può fare la comunione”...
La S.C. è il primo Documento perché preceduta da un lungo, vasto e fecondo Movimento di ricerca e sperimentazioni con già alcune riforme parziali sotto i Papi Pio X, XI e XII. Il Movimento Liturgico e i suoi risultati rendevano l’argomento Liturgia il più maturo sul piano teologico, biblico, storico, ecc. all’apertura del Concilio. (vedere dettagli nei commenti di un amico al post di ieri La Gioia del Vangelo: PERCHÉ IL CONCILIO HA VOLUTO RIFORMARE LA LITURGIA? / 01 Sacrosanctum Concilium. La Liturgia del Concilio)
S.C. stessa precisa accuratamente il posto della Liturgia nella Vita della Chiesa:
CAPITOLO I PRINCIPI GENERALI PER LA RIFORMA E LA PROMOZIONE DELLA SACRA LITURGIA
I. Natura della sacra liturgia e sua importanza nella vita della Chiesa
5. Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità» (1 Tm 2,4), «dopo avere a più riprese e in più modi parlato un tempo ai padri per mezzo dei profeti» (Eb 1,1), quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figlio, Verbo fatto carne, unto dallo Spirito Santo, ad annunziare la buona novella ai poveri, a risanare i cuori affranti [8], « medico di carne e di spirito » [9], mediatore tra Dio e gli uomini [10]. Infatti la sua umanità, nell'unità della persona del Verbo, fu strumento della nostra salvezza. Per questo motivo in Cristo « avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio ormai placato e ci fu data la pienezza del culto divino » [11]. Quest'opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio, che ha il suo preludio nelle mirabili gesta divine operate nel popolo dell'Antico Testamento, è stata compiuta da Cristo Signore principalmente per mezzo del mistero pasquale della sua beata passione, risurrezione da morte e gloriosa ascensione, mistero col quale « morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha restaurato la vita» [12]. Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa [13].
La liturgia attua l'opera della salvezza propria della Chiesa
6. Pertanto, come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo. Essi, predicando il Vangelo a tutti gli uomini [14] , non dovevano limitarsi ad annunciare che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana [15] e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del Padre, bensì dovevano anche attuare l'opera di salvezza che annunziavano, mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica. Così, mediante il battesimo, gli uomini vengono inseriti nel mistero pasquale di Cristo: con lui morti, sepolti e risuscitati [16], ricevono lo Spirito dei figli adottivi, «che ci fa esclamare: Abba, Padre» (Rm 8,15), e diventano quei veri adoratori che il Padre ricerca [17]. Allo stesso modo, ogni volta che essi mangiano la cena del Signore, ne proclamano la morte fino a quando egli verrà [18]. Perciò, proprio nel giorno di Pentecoste, che segnò la manifestazione della Chiesa al mondo, «quelli che accolsero la parola di Pietro furono battezzati » ed erano « assidui all'insegnamento degli apostoli, alla comunione fraterna nella frazione del pane e alla preghiera... lodando insieme Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo » (At 2,41-42,47). Da allora la Chiesa mai tralasciò di riunirsi in assemblea per celebrare il mistero pasquale: leggendo « in tutte le Scritture ciò che lo riguardava» (Lc 24,27), celebrando l'eucaristia, nella quale « vengono resi presenti la vittoria e il trionfo della sua morte » [19] e rendendo grazie «a Dio per il suo dono ineffabile» (2 Cor 9,15) nel Cristo Gesù, «a lode della sua gloria» (Ef 1,12), per virtù dello Spirito Santo.
Quindi abbiamo la sequenza: Cristo che compie la salvezza, mandato di Cristo risorto agli Apostoli, predicazione del Vangelo, conversione, battesimo (che comprende la Cresima) e infine celebrazione comunitaria del mistero pasquale nella Cena del Signore con le due mense: della Parola e dell’Eucaristia. L’Eucaristia è il culmine di un cammino, che diventa quindi fonte, e non il contrario. Ci ritorneremo.

Ottimo articolo che mi fa pensare a qualche anno fa quando Papa Benedetto XVI promulgò il Motu Proprio Summorum Pontificum (2007), con il quale liberalizzava l’uso del Messale di San Pio V (edizione 1962), precedente alla riforma liturgica voluta dal Concilio Vaticano II. In base a quel documento, i sacerdoti potevano celebrare secondo il Messale del 1962 senza più richiedere il permesso del Vescovo, purché esistesse un “gruppo stabile” di fedeli richiedenti. Inoltre Summorum Pontificum definiva la liturgia tridentina come “forma straordinaria del rito romano”, mentre il Messale di Paolo VI restava la “forma ordinaria”. Sono certo della buona fede di Papa Benedetto XVI, grande teologo e uomo di profonda spiritualità. Sarebbe presuntuoso pensare di poter “correggere” Joseph Ratzinger. Tuttavia, in quegli anni mi chiedevo come questo Motu Proprio si conciliasse con quanto affermato dalla Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che stabiliva chiaramente la necessità di riformare la liturgia tridentina?La SC afferma:" Il rito della Messa sia riveduto in modo che appaiano più chiaramente gli elementi che lo compongono” (SC 50)". Il Concilio dunque non prevedeva la coesistenza di due forme del medesimo rito, ma la riforma del rito precedente.Mi domandavo anche se Papa Benedetto avesse tenuto presente quanto affermato dal suo predecessore, San Paolo VI, nel Concistoro segreto del 24 maggio 1976, quando dichiarò: “Il nuovo Ordo è stato promulgato per sostituire quello antico”. Paolo VI fu esplicito: il nuovo Messale non era un’opzione accanto al vecchio, ma la sua sostituzione nella vita ordinaria della Chiesa. Mi interrogavo inoltre sulle difficoltà pastorali e di comunione ecclesiale che potevano sorgere lasciando coesistere due forme dello stesso rito, con due visioni ecclesiologiche differenti, due calendari liturgici diversi, due discipline rituali non sempre conciliabili. Come poteva non generarsi confusione tra i fedeli? Come evitare che si creassero comunità parallele, ciascuna convinta di essere più “autentica” dell’altra? Mi chiedevo se Papa Benedetto avesse considerato fino in fondo queste difficoltà, che non sono solo disciplinari ma anche teologiche ed ecclesiologiche.
RispondiEliminaPoi è arrivato Papa Francesco, che con il Motu Proprio Traditionis Custodes (2021) ha, a mio modestissimo parere, rimesso ordine nella disciplina liturgica, riaffermando che il Messale di Paolo VI è l’unica lex orandi del rito romano. Francesco ha riportato la concessione dell’uso del Messale del 1962 sotto l’autorità del Vescovo, che è il moderatore della liturgia nella sua diocesi, come insegna il Concilio. Il Vescovo è il moderatore, promotore e custode di tutta la vita liturgica nella Chiesa a lui affidata” (SC 41) era quindi assurdo farlo scavalcare dal gruppo stabile di fedeli. In questo modo, Traditionis Custodes ha ricondotto la disciplina liturgica alla visione del Vaticano II e alla linea di Paolo VI, evitando che la liturgia diventasse terreno di contrapposizione o di identità alternative dentro la stessa Chiesa. La liturgia non è un museo di forme del passato, ma la celebrazione viva del Mistero di Cristo nella Chiesa di oggi.