Qual è il rapporto tra fede e cultura?
Gesù è venuto a salvare tutti gli uomini di ogni tempo e di ogni lingua e cultura. È venuto a salvare persone concrete. Ora la vita umana non si svolge né si sviluppa senza una cultura. La fede di ciascuno di noi è quindi “situata” in una cultura come ricordava Papa Francesco e si esprime in essa e attraverso di essa. Fin dall'inizio la Chiesa è proprio l’esempio, il modello - e il metodo - di come sotto la guida e la spinta forte dello Spirito Santo la fede deve usare il linguaggio e i punti di riferimento di ogni popolo e cultura che evangelizza. Infatti seguendo il comando del Signore gli apostoli hanno iniziato a predicare nel suo nome “a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme”. Per questo, essendo tutti ebrei e con scarsa cultura accademica, si sono trovati confrontati con popoli pagani e che parlavano lingue che loro non dominavano molto bene, in particolare il greco. Negli scritti del Nuovo Testamento, tutti in greco e non in ebraico o aramaico, troviamo traccia sia della fatica ad esprimersi in un greco elegante o solo grammaticalmente corretto, sia dell’uso di immagini diverse secondo che i destinatari principali sono ebrei o di altri popoli, e di concetti nuovi. Chiaramente questa apertura a culture che non erano quella della prima comunità di Gerusalemme non è andata senza difficoltà. Una difficoltà fu il trattamento diverso delle vedove ebraiche e quelle greche. Soprattutto ci fu, quando lo Spirito Santo convertì persone pagane, una vera lotta tra coloro che volevano che sia preservata la libertà conquistata da Cristo e coloro che invece volevano imporre ai nuovi convertiti le usanze ebraiche, in particolare la circoncisione. Da un'altra parte mentre il kerigma si spogliava della sua espressione ebraica per conservare solo i valori universali, alcune parole, espressioni, come Amen, Alleluja, ecc., sono passate nella tradizione cristiana dei nuovi popoli chiamati alla fede.
Gesù ha dato un’indicazione molto chiara riguardo al rapporto tra fede e cultura, tra fede e società: egli chiama i suoi discepoli sale e luce del mondo (Matteo 5,13 ss). E anche paragona il Regno di Dio al lievito che fermenta tutta la pasta, cioè la società. (Vedi Matteo 13, 33 e paralleli).
È necessario quindi fare un discernimento ma il principio - secondo la Scrittura e il Magistero della Chiesa - è che è il kerigma che fermenta la cultura purificandola ed elevandola. E non il contrario. Se una tradizione culturale di un popolo è stata plasmata dalla fede cristiana popolare deve essere rispettata come veicolo di devozione e di evangelizzazione. È la cosiddetta "religiosità popolare”. Ma la religiosità popolare è cristiana solo se è fondata sul kerigma e continuamente alimentata, arricchita e purificata da esso. Certo, l'incontro con altre culture può mettere in luce dimensioni del Vangelo, ma non vi aggiunge nulla. Fin dalla prima pagina troviamo nei Vangeli l'apertura allo straniero e alla sua cultura. Purtroppo è molto facile che avvenga un fenomeno di degradazione della fede: una tradizione cristiana, per debolezza, per trascuratezza, tende a decadere dalla sua genuina natura cristiana per diventare principalmente l’occasione di radunare la popolazione locale, di offrire un divertimento, di sfruttarla non per la conversione al Vangelo ma per un guadagno in denaro, in prestigio, per un vantaggio politico, o solo per ottenere grazie. A quel punto quello che si vuole chiamare religiosità popolare non è più cristiana e si oppone alla predicazione del Nome del Signore per la conversione e il perdono dei peccati. Padre Prévost metteva in guardia contro ciò che chiamava "essere fedeli al passato invece che al futuro" (La Gioia del Vangelo: FEDELI AL PASSATO O AL FUTURO? / Un testo di P. Robert Prevost. 04-05-2026. )
I dinamismi che corrompono l’annuncio cristiano sono vari. Ricordiamone alcuni:
Per la volontà esplicita di Gesù, all’interno della Chiesa esiste l’autorità come servizio: “Chi ascolta voi ascolta me”. Questa autorità può portare a prendere decisioni drastiche fino all'esclusione di un membro dalla comunità. Ma l’autorità, da servizio può diventare potere e questa tentazione si accentua quando il Cristianesimo ottiene successo nella maggioranza della popolazione e nella Società, diventando religione ufficiale. Il potere civile è tentato di usare il Cristianesimo come suo braccio lungo verso le persone e la loro coscienza, chi esercita l’autorità nella Chiesa è tentato di cercare onore e ricchezza. Questo sta nel cuore dell’uomo stesso e si manifesta in vari modi fin dall’inizio della Chiesa. Molto chiaro è il caso di Diotrefe menzionato da san Giovanni nella sua terza lettera. Ma fin quando la Chiesa è una comunità marginale e piccola nella Società, il pericolo non prende proporzioni molto grandi. Ma è indispensabile avere sempre fisso lo sguardo su Gesù e il suo comportamento: “ Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi. In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, siete beati se le mettete in pratica” (Giovanni 13,13-17)
Quando la Chiesa coinvolge la massa di un popolo si osserva un altro fenomeno: il popolo si limita a quello che vede e a delle pratiche ma non ne capisce il senso cristiano, il riferimento a Gesù e al Vangelo. Spesso è perché non è mai stato evangelizzato, spesso perché non vuole andare oltre la propria mentalità, la propria ricerca di soddisfazione personale.
Quel limitare l'esperienza della fede non è sempre dovuto a pigrizia ma, anche con zelo, si propone la fede, "imprigionandola" in una data cultura. Questo fenomeno di perversione del kerigma si è trovato legato al "colonialismo" antico o recente. Ne parleremo.

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