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3.2. La protezione della fede di fronte al potere politico
119. Il Concilio di Nicea, con tutto ciò che deve all’iniziativa dell’imperatore Costantino, rappresenta comunque una pietra miliare nel lungo cammino verso la libertas Ecclesiae, che è dovunque una garanzia di protezione della fede dei semplici e dei più vulnerabili di fronte al potere politico. Senza dubbio, nasce nello stesso momento un movimento in concorrenza che tende verso ciò che sarà chiamato il “cesaropapismo” e che è una tentazione permanente tra le Chiese cristiane. Bisogna allora identificare in questo Concilio le primizie di una garanzia ecclesiale per la libertà di coscienza dei piccoli rispetto a quelle di una strumentalizzazione politica della religione di Cristo?
È vero che oggi si tende spesso a far valere la preoccupazione politica dell’imperatore Costantino; si sottolinea che il Concilio di Nicea era tra l’altro destinato a celebrare il ventesimo anniversario del suo regno, e si insinua anche, in certi casi, che la professione di fede adottata a Nicea intendeva anzitutto restaurare la concordia all’interno dell’Impero. Allo stesso modo, si rimprovera alla nozione di eresia di essere associata al potere repressivo dello Stato confessionale. Non potendo trattare in modo esaustivo queste questioni molto complesse nei limiti del presente documento, possiamo però distinguere nel nostro caso le forme di unità e gli obiettivi, l’unità di fede tra i cristiani e l’unità dei cittadini. Da un lato, in effetti, il monoteismo trinitario di Nicea, nella sua verità dogmatica, non permetteva senz’altro di onorare così bene come l’arianesimo la pretesa del Basileus di essere il simbolo statale e religioso dell’unità romana e di gettare quindi i fondamenti di un ordine teologico-politico stricto sensu.[183]D’altra parte, senza la vigilanza magisteriale della Chiesa apostolica assistita dallo Spirito Santo di fronte alla resistenza opposta dall’eresia all’inaudito della Rivelazione, i misteri della fede comunicati dall’autorivelazione del Verbo incarnato, crocifisso e risorto, non avrebbero resistito alla dissoluzione e alla cacofonia.
[183] «Tale concetto propagandistico politico-teologico venne adottato dalla chiesa durante la sua espansione nell’impero romano. Esso si incontra poi con un concetto della teologia politica dei pagani, secondo cui il monarca divino certamente domina, ma sono gli dèi nazionali a governare. Per poter affrontare questa teologia pagana, tagliata su misura per l’impero romano, si affermava ora da parte cristiana, che gli dèi nazionali non potevano affatto governare, perché con l’impero romano era stato annullato il pluralismo nazionale. [….] Ma l’annuncio cristiano del Dio unitrino si pone al di là del giudaismo e del paganesimo, in quanto il mistero della Trinità esiste soltanto nella divinità stessa, non nella creatura umana. Così come la pace, che il cristiano cerca, non viene garantita da nessun imperatore, ma è soltanto un dono di colui, il quale è ‘più di ogni ragione’», in E. Peterson, Il monoteismo come problema politico, trad. it. di F. Della Salda Melloni - H. Ulianich, Queriniana, Brescia 1983, pp. 71-72.

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